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Premessa
Nella mia attività di terapeuta familiare specializzato
in adolescenti e giovani adulti con più o meno gravi patologie
(disturbi alimentari, tossicodipendenza, depressione, fallimenti
scolastici, comportamenti antisociali...), sono chiamato ad occuparmi
dei problemi di coppia che travagliano la vita dei loro genitori.
Infatti i pionieri della terapia familiare hanno sempre sostenuto
che "dietro ogni figlio disturbato c'è sempre un matrimonio
disturbato ( anche se non tutti i matrimoni disturbati producono
figli disturbati)" (Framo, 1965).
Così, incontrando per alcuni anni giovani coppie di fidanzati
che si preparavano al matrimonio, mi sono domandato quali meccanismi
in buona parte inconsapevoli avrebbero potuto travolgere alcune
di quelle persone sorridenti e fiduciose che avevo di fronte,
trascinandole in situazioni drammatiche analoghe a quelle dei
miei sfortunati pazienti.
Mi è parso che una risposta possa essere trovata nel tradimento,
che sgretola il legame coniugale lasciando che vi si insinui un
terzo. Non voglio però parlare solo delle fin troppo ovvie
( e studiate) vicende in cui il terzo è rappresentato da
un partner sessuale, ma anche di altre, più subdole e dunque
più difficili da affrontare e da combattere, e per ciò
stesso cariche di conseguenze anche per i figli.
Ciò che crea una coppia
Però, purché si dia un tradimento all'unità
della coppia, bisogna che quest'ultima esista, e non sia un mero
artefatto di una cerimonia e di un certificato.
Il principio fondatore della coppia è il desiderio di due
persone di creare un'unione che le trascenda, che le vincoli l'una
all'altra, e che duri per sempre.
È questa dimensione "mitica" (Neuburger, 1995)
che definisce l'esistenza della coppia, e nello stesso tempo la
rende unica e differente da tutte le altre.
Poco importa che la scelta di costituire una coppia sia radicata
nell'esperienza dell'innamoramento, come avviene nella società
occidentale a partire dalla fine del 1800, che assumerà
in seguito la dimensione dell'impegno reciproco, o che il processo
sia inverso, come nel matrimonio combinato, dove è all'interno
del contratto matrimoniale che i due coniugi imparano a tessere
i fili dell'amore e della fiducia. (Questi meccanismi, impensabili
per noi che abbiamo dimenticato la forma dei matrimoni dei nostri
nonni, ancora regolano gran parte delle scelte coniugali di ben
più della metà del mondo: si può trovarne
un'affascinante analisi nello splendido romanzo di Vikram Seth
Il ragazzo giusto, 1993).
Purtroppo molte persone sono destinate a vivere ignorando la possibilità
di un legame di questo tipo, consumando la loro esistenza all'interno
di vincoli legali o di fatto, in cui la coppia non esiste.
Possiamo definire "matrimonio inesistente" la convivenza
di due persone tra le quali manca l'investimento reciproco, e
in cui ciascuno resta sostanzialmente solo, perché privo
di speranza che l'altro possa corrispondere alle sue attese. Con
alcuni colleghi, studiando i percorsi familiari dei giovani tossicodipendenti
(Cirillo e al., 1996), abbiamo trovato tra i loro genitori tante
di queste "pseudo-coppie", che si mettono insieme per
motivi casuali, per inerzia, perché "lo fanno tutti",
ma senza in alcun modo contare l'uno sull'altro. In queste situazioni
divorzi e separazioni sono assai frequenti, ma è possibile
anche una convivenza, magari lunga, di due estranei sotto lo stesso
tetto. Evidentemente in tali condizioni i tradimenti sono la regola:
abbiamo sentito il racconto di un marito che ha tradito la moglie
già in viaggio di nozze!
Sentiamo cosa dice un uomo di circa trentacinque anni, che si
è sposato a ventuno e ha un figlio gravemente problematico:
“Io mi rendo conto che mio figlio mi accusa di essere una
persona egoista, che non si è mai occupata della famiglia
e io non lo nego. Riconosco che effettivamente è così.
Però sono cresciuto in un ambiente in cui il matrimonio
significava semplicemente avere qualcuno che mi preparasse la
cena, mi facesse trovare le cose lavate e stirate. Io rientravo,
cenavo e poi uscivo con gli amici. Non ho mai pensato che il matrimonio
fosse un posto in cui uno assumesse dei doveri, sul piano emotivo,
nei confronti dell’altra persona, e tantomeno nei confronti
dei figli”.
Dunque in questo tipo di matrimonio
il tradimento è qualcosa che è dato per scontato
dall’inizio, perché non c’è l’idea
che si sta stabilendo un legame privilegiato.
Questi due giovani si sono sposati perché lei era rimasta
incinta e il figlio, ora adulto, dirà di aver ritrovato
spesso in casa, quando era bambino, delle cassette pornografiche
che non erano in alcun modo occultate, ma erano lì, appoggiate
sul mobile, e si aggiungevano ad altri segnali, altrettanto angoscianti
per lui, rispetto al tipo di vita di coppia che avevano i suoi
genitori. Qui però bisogna pensare che la premessa che
al figlio sfuggiva è che in realtà non c’era
una coppia: esisteva un matrimonio, esisteva un figlio, ma non
esisteva una coppia.
In una forma più attenuata, ritroviamo la stessa mancanza
di investimento emotivo nell'altro nel cosiddetto "matrimonio
di interesse" (Vinci, 1991), che dà luogo a pseudocoppie
anche stabili e formalmente ineccepibili, in cui però ciascuno
dei due coniugi, più che attratto dall'altro come persona,
è interessato alla "dote" che l'altro porta con
sé. Non si tratta di una dote economica (e quindi di un
interesse finanziario), ma di un patrimonio - umano, sociale,
emotivo... - che fa sì che ciascuno dei due speri di poter
raggiungere attraverso questo legame un proprio obiettivo individuale.
Uno dei più frequenti di tali scopi è l'affiliazione:
un soggetto privo di soddisfacenti legami familiari può
sperare - più o meno consciamente - di essere accolto nella
famiglia dell'altro, che gli appare calda e accogliente. Così
il partner non è selezionato tanto per le sue qualità
intrinseche, ma perché appunto "porta in dote"
al futuro coniuge il patrimonio della propria appartenenza familiare.
Oppure l'interesse è dato dallo status o dal successo del
futuro partner, che attrae una persona insicura del proprio valore
personale la quale si attende così di brillare di luce
riflessa, consolidando la propria stima di sé attraverso
il legame con un coniuge che, di nuovo, non viene visto per quello
che è, ma per quello che "ha" e sembra poter
offrire.
Trascureremo le vicende di questi due tipi di pseudocoppie, per
occuparci della coppia "vera", quella unita da un forte
investimento reciproco, da uno slancio comune, dal progetto condiviso
di fondare un'appartenenza e un'entità innovatrice. E analizzeremo
quattro tipi di tradimento che possono attentare a questo progetto
fondatore.
Il tradimento con un partner sessuale
Consideriamo per primo quello più ovvio, in cui la terza
polarità che si inserisce nella coppia è quella
di un altro partner, in termini sentimentali e sessuali.
Questo tipo di tradimento è interessante, in questo momento,
dal punto di vista culturale, perché ci troviamo in un'epoca
in cui c’è uno scontro tra modelli di coppia, e soprattutto
uno dibattito rispetto a che peso abbia nella coppia la dimensione
della fedeltà e dell’esclusività del legame.
Da un certo punto di vista possiamo dire che questa dialettica,
tra chi sostiene che il tradimento sessuale attacchi l’esclusività
della scelta del rapporto di coppia e ne sia una ferita molto
grave, e chi invece sottolinea che il tradimento sia un evento
statisticamente normale, è presente da molto tempo.
Possiamo considerare ad esempio come nel mondo greco e nella tradizione
giudaico-cristiana sia fortemente rappresentata l'idea che la
coppia è un’unità: esiste una rappresentazione
ideale che "i due sono uno", che si può ritrovare
tanto nella mitologia greca (alle origini l'essere umano era formato
dalla fusione dell'uomo e della donna, solo successivamente separati),
quanto, nel racconto della Genesi, dove si sottolinea come l'uomo
e la donna formino un tutt’uno.
Contemporaneamente sappiamo come i miti greci siano centrati sugli
amori extraconiugali di Zeus e come i patriarchi biblici avessero
più donne, così come sia durata per secoli la convinzione
dell'impossibilità che l’uomo rimanesse fedele a
una sola donna. In un bel romanza di Yehoshua, Viaggio alla fine
del millennio (1998), l'autore immagina che la poligamia, ancora
consentita agli ebrei del Nordafrica attorno all'anno mille, scompaia
nel momento in cui si affaccia un'analoga pretesa delle donne
di unirsi a più uomini. Viceversa, la poligamia resiste
tuttora in larga parte del mondo islamico.
Quindi questi due tipi di idee contrapposte (il tradimento è
un grave attentato/è un fatto normale) restano in tensione
dialettica anche ai nostri giorni.
Uno psicologo francese, R. Neuburger, nel suo divertente libro
Le nuove coppie (1997) propone una boutade provocatoria, dicendo
che se attualmente un matrimonio, nella regione di Parigi, a causa
del tasso di separazione dura in media nove anni, anche all’inizio
del secolo nella stessa zona la durata media del matrimonio era
identica, perché uno dei due coniugi moriva, in linea di
massima la donna (a causa della mortalità legata al parto)!
Il dato del considerevole allungamento dell'aspettativa di vita
fa dunque sì che quando adesso promettiamo la fedeltà
coniugale, lo facciamo per la prima volta all’interno di
una relazione che può durare moltissimi anni.
Vorrei anche ricordare quelle che sono considerate le basi etologiche
di questo dibattito tra le due polarità: naturalità
della fedeltà, naturalità dell'infedeltà.
Un primo punto di vista argomenta che quello che rende naturale
l’infedeltà maschile è il fatto che l’uomo
è costituito in modo da produrre un enorme numero di cellule
germinali e quindi programmato per cercare di diffondere la sua
progenie, cercando di fecondare il maggior numero di donne possibile.
Questa sarebbe una delle ragioni per sostenere che l’infedeltà
maschile sia determinata naturalmente.
Dall’altra parte starebbe una ragione opposta, che sottolinea
come la progenie dell’essere umano non sia come quella di
un pesce, ad esempio. I pesci puntano a far sopravvivere un piccolo
numero di pesciolini, fecondando una grandissima quantità
di uova, in modo che da quelle migliaia e migliaia di avannotti
che nascono, se ne salvi almeno una piccola parte. La specie umana
investe invece su un piccolo numero: la gravidanza della donna
è lunga, in linea di massima non è gemellare, ma
dà origine a un solo bambino. Il neonato ha bisogno di
una cura molto attenta per riuscire a sopravvivere, a diventare
adulto, e ad acquisire il patrimonio della specie. Quindi è
dipendente dai genitori per un lungo numero di anni, il che fa
sì che la presenza di una coppia stabile, monogamica, in
cui entrambi i genitori sono impegnati in compiti connessi con
la protezione del nucleo e l'accudimento dei piccoli, renda più
probabile che la prole sopravviva di quanto non avverrebbe in
una famiglia in cui c'è solo la madre a doversi occupare
dei figli. È stato addirittura detto che lo scopo etologico
del matrimonio sia creare un padre! Infatti vincolando a sé
l'uomo la donna procura un altro genitore al bambino.
Un altro aspetto culturale, tipico di questo periodo storico,
che può essere connesso con la giustificazione del tradimento
(tanto maschile che femminile) è l'enfasi attuale sul fatto
che la relazione di coppia debba essere prevalentemente spontanea,
fondata sull’amore romantico, mettendo tra parentesi l'altra
componente della costituzione della coppia, cioè il contratto,
la responsabilità, l'impegno,
Secondo il messaggio che ci viene dato oggi, la relazione di coppia
si basa esclusivamente sull'innamoramento, sul fatto di "scoprire
la persona giusta", di incontrare l’altra metà
della mela. Questa premessa induce molto spesso, di fronte alle
inevitabili difficoltà, alla convinzione di aver sbagliato
persona e dunque a cercarne un'altra.
Oggi, checché se ne dica, siamo in una situazione ideologica
in cui non è in crisi l’idea di sposarsi o di convivere,
o comunque di stabilire una relazione di coppia. C’è
piuttosto l’idea che se incontriamo una difficoltà,
probabilmente abbiamo sbagliato partner. E dunque le persone molto
spesso, dopo il fallimento di un legame, tendono a risposarsi
o comunque a riaccoppiarsi, non a restare sole (anche se non sempre:
le statistiche negli Stati Uniti dicono che il secondo matrimonio
tende a durare, quindi non è detto che le persone continuino
incessantemente a cambiare partner). Ma il tentativo di cercare
una persona che sia più adatta della prima molte volte
si rivela illusorio, nel senso che nella realtà uno rischierà
di riprodurre le sue stesse problematiche, le sue stesse difficoltà,
la sua stessa fatica con un'altra persona.
Nel loro manuale sulle dinamiche della coppia Malagoli Togliatti
e i suoi collaboratori (2000) analizzano appunto le fasi a cui
qualunque relazione coniugale va incontro: l'illusione (nel momento
dell'innamoramento), la delusione (quando il partner rivela immancabilmente
i propri difetti) e la disillusione, a cui approdano quelle coppie
che non si sono spezzate nella fase precedente, ma sono capaci
di stabilire un rapporto più maturo e realistico, che tenga
cioè conto dei pregi e dei limiti dell'altro.
Una cosa che invece sarebbe utile pensare è che l'unica
persona che ciascuno di noi può veramente cambiare è
se stesso: quindi di fronte ad una insoddisfazione di coppia,
la sola reazione sensata che dovremmo coerentemente e coscientemente
avere, sarebbe cercare di capire in che cosa possiamo cambiare
noi.
Così il fatto che nella relazione di coppia possa aver
luogo un tradimento anche precocemente, può avere a che
fare soprattutto con questo fenomeno: la persona è profondamente
demoralizzata e delusa per il fatto che si aspettava qualcosa
di più e di meglio, e quindi è alla ricerca di qualcuno
che possa realizzare compiutamente la sua illusione che ci possa
essere un compagno ideale, con il quale l’amore romantico
possa durare definitivamente, senza una dimensione di sforzo e
di impegno, ad accettare le frustrazioni.
Esiste un differente tipo di tradimento, che è invece una
sorta di provocazione indirizzata al partner; esistono cioè
delle persone che ritengono, più o meno consapevolmente,
che tradendo il partner lo stanno punendo, e quindi in realtà
non si stanno staccando da lui/lei per cercare di legarsi ad un’altra
persona, come nel caso che abbiamo esaminato sopra. Questi tradimenti
non significano che chi li compie si stia stancando della quotidianità,
sia semplicemente deluso della vita di coppia, ma costituiscono
un mezzo, più o meno consapevole, per rinegoziare la relazione
con il partner, attraverso un attacco che viene sferrato attraverso
un’avventura, una relazione extraconiugale, spesso compiuta
con una persona che riveste un ruolo di puro strumento.
Questo aspetto di provocazione, si badi, può essere presente
sia che il coniuge venga a scoprire il tradimento sia che ne resti
all'oscuro, in quanto il sentimento che anima la persona che tradisce
il coniuge sarà comunque del genere: “così
impara”.
In situazioni estreme - che sono ovviamente eccezionali ma clamorose,
e che dunque ben si prestano come esempi illustrativi - si sentono
persone che dicono delle cose assurde su questo punto.
È il caso di un uomo che
si trova in carcere per aver abusato per quattro anni di sua figlia
oggi di dieci anni, il quale arriva a dire: «Insomma, io
ho avuto un'amante, ne ho avute, due, tre, ma mia moglie non se
ne accorgeva mai ed io allora ad un certo punto gliel’ho
fatta sotto il naso”. Si tratta naturalmente di una giustificazione
allucinante, che mostra, in modo inequivocabile che lui in testa
non aveva né le amanti, né la figlia, ma solo la
moglie!
Ho sentito una moglie dire tristemente: «Sì, è
vero, noi non siamo mai andati d’accordo”, e quando
lo psicologo le chiede se in quel lungo matrimonio infelice ci
siano stati dei tradimenti, lei risponde: «Sì, mio
marito ad un certo punto mi ha tradita. Purtroppo l’ha fatto
con la persona sbagliata: mia zia”. (Nel senso che se invece
l’avesse fatto con la persona "giusta", lei non
l’avrebbe sentito come una provocazione nei suoi confronti?)
Il tradimento con la famiglia d'origine
Ma tutte queste attese che nutriamo nei confronti del partner,
attese che possono rischiare di rimanere deluse, tutte queste
aspettative anche irrealistiche, il progetto che ognuno di noi
fa sull’altro, la speranza di essere "riparato"
nelle proprie ferite, tutto il mondo emotivo che si condensa nella
relazione di coppia, da dove vengono? Come mai ciascuno di noi
ha una serie di aspettative nei confronti dell’altro, che
sono uguali per tutti? Certo, i bisogni che ognuno di noi va cercando
di colmare grazie al suo compagno sono gli stessi, però
non sono sempre declinati allo stesso modo.
Da dove viene la peculiarità delle attese di ciascuno?
Viene dalla storia che ognuno ha avuto nella propria famiglia
d’origine.
In pratica possiamo dire che la relazione di coppia rappresenta
per tutti la speranza - e l'occasione - vuoi di ricalcare vuoi
di modificare la relazione che abbiamo avuto con i nostri genitori.
Ma proprio qui può situarsi il secondo tipo di tradimento
che voglio descrivere.
È interessante rileggere il versetto della Genesi (2, 24)
tante volte citato: "Per questo l’uomo lascerà
suo padre e sua madre e si unirà alla donna e i due saranno
una carne sola", perché alla lettera questo versetto
dice che il motivo per cui l’uomo lascerà suo padre
e sua madre è per unirsi alla donna. La Bibbia cioè
non dice che quando uno ad un certo punto diventa adulto si stacca
dai suoi genitori, che poi tra l'altro dovrà continuare
ad onorare per tutta la vita, ma dice che se vuole diventare una
coppia, ovvero diventare "uno" con la moglie, bisogna
che lasci il padre e la madre.
Questa secondo me è una sottolineatura molto interessante
da un punto di vista psicologico, perché mostra che il
requisito per poter costituire una coppia è che uno possa
lasciare suo padre e sua madre.
E questa non è una cosa automatica, non è che uno
lasci i genitori semplicemente cambiando appartamento,anzi è
molto complesso, tanto è vero che la Sacra Scrittura lo
raccomanda altre tre volte (Mt 19, 5; Ef 5, 31; 1 Cor 6, 16).
Come ci sono delle coppie che non sono tali (come ho accennato
sopra), così ci sono dei distacchi apparenti che in realtà
non lo sono: ci sono persone che si sono allontanate fisicamente
dai genitori magari mettendo una grande distanza, ma che non riescono
a considerare quella con il partner la relazione privilegiata,
su cui investire di più, perché restano profondamente
vincolati alla propria famiglia d’origine e in particolare
all'uno o all’altro dei propri genitori.
Questo tipo di difficoltà è soprattutto vistosa
nelle coppie che vanno in crisi nei primi anni della loro fondazione,
anni in cui la coppia si sta costituendo.
Una delle ragioni più frequenti di litigio in quegli anni
sono “I miei e i tuoi”, cioè la lealtà
ancora prevalente che ciascuno dei due manifesta nei confronti
dei suoi legami precedenti e che fa sentire il partner messo in
secondo piano.
Questo genere di configurazione, che è così frequente,
può avvenire per due ragioni opposte.
La ragione più vistosa e anche più superficiale,
tanto che occupa tutte le barzellette sulla mamma italiana, è
la dipendenza di uno dei due coniugi, nelle nostre caricature
solitamente il maschio, da una relazione particolarmente gratificante
con uno dei genitori.
Si dice che i maschi italiani siano particolarmente “mammoni”,
stereotipo che contiene un elemento di verità: e così
un rapporto particolarmente gratificante può essere duro
da interrompere per investire su un altro ancora tutto da costruire,
quello coniugale, che è una relazione paritaria dove la
bilancia, l’equità del dare e dell’avere, prevede
un rapporto simmetrico, mentre il rapporto con la madre è
asimmetrico in quanto in esso il figlio, per ragioni naturali,
è maggiormente in posizione di ricevere che di dare.
Ho conosciuto una coppia in cui
la signora era alcolizzata. Si trattava di una donna intelligente,
colta, che aveva fatto molte terapie per cercare di uscire da
questa sua condizione di alcolismo. Le sedute di coppia davano
questo triste effetto, non infrequente, che più lei raccontava
cosa la faceva soffrire nel matrimonio e più si sentiva
giustificata nella sua depressione, a causa dei torti che il marito
le faceva, e per questo motivo beveva sempre più.
Questa signora aveva cinquantaquattro anni e suo marito più
di sessanta: l'interessante - che da un certo punto di vista faceva
anche un po’ ridere - è che l’addebito principale
che la signora faceva al marito era di essere "un mammone”.
Lui aveva una madre molto anziana allettata, che la nuora stimava
e a cui voleva bene, però non poteva sopportare la dipendenza
da lei di suo marito, il quale andava dalla madre a fare la prima
colazione ogni mattina, mentre lei dopo venticinque anni di matrimonio
non aveva avuto ancora il piacere di preparargli un caffelatte!
Se vogliamo era una caricatura, però lui non era pazzo.
Aveva anche lui (come sempre) le sue buone ragioni: era figlio
unico di una madre due volte vedova, il padre era morto (di cirrosi
conseguente all'alcolismo!) quando lui aveva quattro anni, la
madre si era risposata con il fratello del marito che era morto
anche lui quando il ragazzo aveva dieci anni e la madre non solo
aveva coraggiosamente allevato il figlio molto bene, ma era riuscita
anche a mandare avanti l’azienda di famiglia. Quindi quest’uomo
era pieno di gratitudine verso la madre, con la quale aveva lavorato
tutta la vita, e aveva un'enorme dedizione verso di lei, incurante
di provocare questa gravissima sofferenza alla moglie, la quale
si sentiva sempre messa in secondo piano.
Questo è un tradimento,
dunque, molto appariscente, in cui la ragione per la quale uno
dei due resta più legato alla famiglia d’origine
che al coniuge è la dipendenza da un rapporto gratificante:
quest'uomo era stato molto accudito e amato dalla madre e faceva
fatica ad abbandonare questo legame.
Però io voglio proporre anche l’evenienza opposta,
più sottile e meno evidente, cioè che uno faccia
fatica a lasciare il genitore quando non ha ricevuto abbastanza
da parte sua. Infatti una delle ragioni più insidiose della
scarsa capacità di emancipazione dalla famiglia d’origine
è che è difficile svincolarsi se non ci si è
sentiti sufficientemente amati.
Tipicamente nelle coppie che presentano questa difficoltà,
il marito può dire: «Mia moglie sta sempre al telefono
con sua madre» e la moglie chiarisce: «Mia madre non
mi ha mai voluto bene, aveva in mente solo il suo negozio, io
sono stata molto gelosa dei negozio di mia madre». Oppure:
«mia madre pensava unicamente mio fratello». O: «aveva
solo in testa che mio padre stesse sempre al bar e la sera mandava
me a prenderlo quando era ubriaco». In sintesi: «la
mia mamma aveva sempre in mente un’altra cosa e non me».
Questo tipo legame insoddisfacente può risultare più
vincolante, in maniera sotterranea ma tenace, di un legame eccessivamente
gratificante.
C’è un grande terapeuta di coppia, Alfredo Canevaro
(1999), che usa una bella metafora. Sostiene che un dissidio di
coppia (coppie che litigano, che si separano, che si tradiscono,
ecc.) ha sempre a che fare con un incompleto svincolo dalla famiglia
d’origine: molto spesso ciò accade perché
la persona è partita verso il legame coniugale con delle
"valige troppo vuote", cioè con poche provviste
affettive, e perciò continua a ritornare alla fonte per
cercare di riempire le sue valigie. Se potesse riempirle una volta
per tutte, se riuscisse effettivamente a rinegoziare la relazione
con i genitori, potrebbe smettere di inseguire i genitori facendo
sentire il partner in secondo piano, tradito.
Questa realtà mi è regolarmente presente nella pratica
che ho con le famiglie che maltrattano i loro bambini, specie
con le madri che trascurano gravemente i loro figli (Cirillo,
2005).
Una giovane donna, ad esempio,
mi dice: «Mia madre purtroppo è subnormale, un’insufficiente
mentale, e per più una donna anaffettiva. Pensi che quando
ho avuto la tubercolosi a dieci anni mi ha messa in un sanatorio
e non è mai venuta a trovarmi per tre anni». Allora
le chiedo: «Ma allora signora se la sua mamma è così,
come mai quando lei ha avuto una bambina, che ha trascurato in
tutti modi, uno dei modi in cui l’ha trascurata è
stato proprio affidarla a sua madre?». E lei risponde con
le lacrime agli occhi : «Perché volevo darle un’ultima
possibilità!» E intende: "di volermi bene occupandosi
della mia bambina".
Ma è un tipo di comportamento
che il partner non capisce e vive come un affronto. Ad esempio
il marito di questa signora si sente veramente tradito da lei.
Perché una delle cose che un coniuge può proporsi
nel momento in cui trova una persona che ha una storia difficile
con la sua famiglia d’origine è farle arrivare questo
messaggio: «Io ti compenserò. Dimentica il tuo triste
passato, mettici una pietra sopra: non sei stata contenta con
la tua mamma? Ci sono qui io, io ti salverò». E si
aspetta che la moglie sia appagata. Per cui se questa si mostra
invece sempre all'inseguimento (inutile) della madre, si sente
offeso e ingannato.
Io penso che il marito di questa signora, così come molti
altri (uomini o donne), si immaginasse di essere come San Giorgio
sul cavallo bianco, che arriva e salva dal drago questa ragazza,
che è sempre stata trascurata, abbandonata e così
via. Lui la salva, la porta via al castello sul suo cavallo bianco
e poi si accorge che lei rimpiange il drago!
Ma la ferita dei bisogni infantili di accudimento e di amore è
profondissima e rischia di non rimarginarsi mai, per cui si fa
fatica a staccarsi da qualcuno che non ci ha dato tutto quello
che ci spettava di diritto.
Questo è dunque il secondo tipo di tradimento: la permanenza
irrisolta di un legame con la famiglia d’origine che fa
sì che il partner, il coniuge, non venga messo al primo
posto, ma rappresenti sempre una sorta di surrogato, mai del tutto
soddisfacente, di una relazione con la famiglia d’origine
che ha dato troppo, o più spesso, che ha dato troppo poco.
Il tradimento con il lavoro
Il terzo tipo di tradimento che può aver luogo in una coppia
è rappresentato dall'investimento eccessivo su una polarità
che non è rappresentata da una persona, ma dalla realizzazione
di sé attraverso il lavoro, la professione.
Negli Stati Uniti come esistono gli Alcolisti Anonimi, o i Narcotici
Anonimi, o i gruppi per i mangiatori compulsivi, così esistono
anche gruppi per le persone che sono dipendenti dal lavoro (workaholics).
Ci sono infatti persone che hanno un tale investimento sul lavoro
che questo rischia di essere competitivo con l’investimento
coniugale.
Questo tipo di patologia è (ancora?) prevalentemente maschile,
nel senso che è più facile che sia l’uomo
che attraverso un sovrainvestimento sul lavoro, cerchi di rispondere
a dei quesiti esistenziali: chi sono? Che senso ha la mia vita?
Che senso ha questo mondo? Che cosa resterà di me?
Tale investimento sul lavoro non è solo economico o puramente
verso la realizzazione di un successo. C’è proprio
l’idea di poter rispondere attraverso il coinvolgimento
compulsivo con il lavoro ad un dubbio di fondo sulla propria identità,
sul proprio valore.
Un simile comportamento è meno frequente nelle donne, che
più spesso rispondono alle stesse domande (chi sono io?
Che cosa faccio a questo mondo?) attraverso un altro atteggiamento:
vediamo chi mi vuol bene, vediamo a chi sono capace di voler bene.
Cercano insomma il rispecchiamento di sé e del proprio
valore piuttosto nelle relazioni che nella riuscita professionale.
Si tratta di un'argomentazione naturalmente un po’ schematica,
in quanto i ruoli legati al genere sono in rapido cambiamento:
però a me capita ancora raramente di vedere un matrimonio
in cui il marito si sente tradito dalla moglie perché questa
investe troppo nella carriera. È più facile che
i mariti si immaginino che le mogli li tradiscano con il lavoro,
perché ragionano con la propria mentalità, piuttosto
che verificare che questo corrisponde davvero al modo di agire
delle mogli.
Anzi, è abbastanza facile che se un marito geloso e possessivo
esercita una pressione sulla moglie perché questa lasci
un'attività professionale, questa lo accontenti (salvo
magari pentirsene più tardi), perché è raro
che per la moglie il lavoro abbia lo stesso genere di valenza
nevrotica del tipo: “Se non faccio questo, io chi sono?».
Ho conosciuto una coppia di professori
universitari in cui effettivamente il matrimonio si è sfasciato
perché la moglie aveva sovrainvestito sulla carriera e
quindi non aveva voluto avere figli, sacrificando la maggior parte
degli spazi della coppia al successo accademico. Questa donna
veniva da una famiglia in cui c’erano parecchi fratelli
maschi tutti docenti universitari, e lei aveva una fortissima
competizione con loro, per cui ottenere la cattedra più
tardi rispetto ai suoi fratelli, sarebbe stata per lei un’umiliazione
insostenibile.
Di fronte a questo tipo di tradimento
risulta spesso difficile poter aiutare i due coniugi a decodificare
il fatto che il terzo polo che si inserisce nella coppia può
avere per l’uomo questa valenza di affrontare un quesito
esistenziale a cui non riesce a rispondere in altro modo, per
il tipo di storia familiare che ha avuto, e conseguentemente i
valori che ha fatto suoi.
Per questa ragione il marito finisce spesso per non considerare
legittime le proteste della moglie, in quanto non riesce a vedere
in cosa la stia sacrificando. Infatti le obietta: «Ma io
non vado fuori per divertirmi, esco per lavoro, non vado fuori
con un’altra donna, faccio una cosa per la famiglia».
Anche se non è affatto vero che si sta ammazzando di lavoro
per la famiglia, ha un’ottima possibilità di crederci
lui stesso! Si può dare insomma una sorta di alibi per
negare che in realtà trascura la coppia per un bisogno
di riconoscimento, vale a dire di rafforzare la stima di sé
nell'unico campo che ha imparato a considerare significativo per
un uomo, quello dell'affermazione professionale, che schiaccia
per lui ogni altro genere di legame e di priorità
Una donna sposata da venticinque
anni, madre di cinque figli, rimprovera ancora oggi al marito
di non averla accompagnata all'ospedale quando sono nati i primi
due bambini, a un anno di distanza l'uno dall'altro, ma di averla
fatta portare a partorire da un proprio dipendente. Il marito
la guarda allibito, domandandosi come mai una persona che sembrerebbe
intelligente non riesca a capire che in quegli anni lui aveva
bisogno di tutte le sue energie e di tutto il suo tempo per far
decollare l'impresa che oggi garantisce il benessere di tutta
la famiglia ( e che lo riscatta - aggiungo io - da un passato
di miseria e di umiliazioni...)
Il tradimento con il figlio
Quest'ultima situazione è estremamente rischiosa. Infatti
nelle altre situazioni che abbiamo descritto non abbiamo un rischio
di patologia per il terzo polo che si inserisce nella coppia,
mentre in questo caso sì.
Certo un amante può sentirsi male se avverte di essere
strumentalizzato, se si accorge che la persona amata non lo ha
scelto per amore, ma soltanto per fare un torto al coniuge; però
non rischia la patologia psichica.
Anche figli della coppia, se ce ne sono, possono naturalmente
soffrire nei tradimenti che abbiamo esaminato. Così, ad
esempio, se un genitore tradisce l'altro con un amante, il figlio
può reagire un vari modi (a seconda dell'età, del
sesso del genitore traditore e del proprio, del vincolo con ciascuno
dei genitori, ecc.): le sue reazioni saranno in misura diversa
caratterizzate dalla rabbia, dalla vergogna, dal disgusto, dall'odio.
Ma in ogni caso la natura del tradimento gli risulterà
chiara e questo lo faciliterà nel farci i conti.
Quando è invece lui stesso il polo del tradimento, le cose
diventano estremamente confuse, e reagirvi adeguatamente può
diventare quasi impossibile.
La coppia “non coppia”
di cui ho parlato per prima, ha un unico figlio, quello per la
gravidanza del quale si sono sposati, che adesso ha venticinque
anni: questo giovanotto è tossicodipendente da molti anni,
è un truffatore internazionale, ne ha fatte di tutti i
colori e dorme nel letto della sua mamma! E questo è abbastanza
comprensibile, perché sua madre psicologicamente non è
sposata e ha un marito che non ha mai pensato di sposarla; lei
sostanzialmente si è sposata questo figlio, e suo figlio
si è sposato con lei. Se uno dice a questo ragazzo: «Che
cosa penseranno i tuoi genitori del fatto che con la scusa di
avere degli incubi notturni continui a dormire con la mamma? La
loro vita sentimentale, sessuale, matrimoniale è rovinata...»,
lui ti guarda come se tu dicessi una bestialità e risponde:
«Mia mamma preferisce dormire con me!». E probabilmente
non ha torto. Tendo a pensare che il ragazzo abbia captato perfettamente
come stanno le cose.
In casi estremi come questo, in
cui la coppia non c’è, è possibile che il
coniuge che si sente più solo si consoli apertamente con
il figlio.
Però questo meccanismo può scattare anche all’interno
di coppie che ci sono, che funzionano, di coppie che sotto tanti
profili si vogliono anche molto bene, insomma in coppie "normali".
E vorrei che non lo considerassimo una eventualità connessa
con la scelta sessuale: non sto parlando in maniera più
o meno modificata del complesso di Edipo, cioè della moglie
che si sceglie il figlio maschio come alternativa al legame con
il marito, o dell’uomo che viceversa sceglie la figlia.
Questo può succedere, ma lo stesso tradimento può
aver luogo anche con il figlio dello stesso sesso .
È semplicemente il fatto che per uno dei due coniugi diventa
più importante, dà più soddisfazione, è
più bello passare del tempo con il figlio, pensare a lui/lei,
occuparsi di lui/lei, piuttosto che di una persona nei confronti
della quale i sentimenti si sono andati un po’ appannando.
Faccio un esempio: una coppia
si sposa e va a vivere con la madre vedova di lui. La giovanissima
moglie ha una storia molto difficile: aveva un padre invalido
e una madre dominante, mentre lei ha un carattere remissivo. Dirà
molti anni dopo: «Io in casa mia non ho mai deciso niente,
anche il vestito di nozze me lo ha scelto la mia mamma, io ho
sempre detto di sì e pensavo fosse giusto così».
Si è sposata con un uomo più vecchio di lei, molto
autoritario, sicuro di sé e le è parso una bella
cosa appoggiarsi, farsi sostenere, aver accanto un compagno solido.
Quando è andata a vivere con la suocera, il marito studiava
la sera e di giorno lavorava, e anche lei andava a lavorare come
operaia. Naturalmente non ha mai deciso niente in casa della suocera,
è sempre rimasta in una posizione filiale subalterna. Dopo
un anno partorisce una bambina, torna a lavorare dopo quaranta
giorni e la lascia alla suocera che la accudisce.
In terapia le chiedo: «Ma signora, non è mai successo
che lei abbia potuto imporsi, che una volta tanto abbia potuto
dire la sua, che abbia potuto essere un po’ assertiva?»
Lei ci pensa bene e poi dice: «Ah sì, una volta ho
fatto veramente una battaglia. Quando mia figlia aveva due anni
si è ammalata di influenza, ma mia suocera non la poteva
tenere perché doveva portare al mare un altro nipotino
che aveva la pertosse. Io non sapevo come fare e mia suocera mi
ha suggerito di mettermi in malattia. Io quella volta ho detto
di no». «Bene», rispondo io, «e come è
andata a finire?» chiedo. «Che sono andata in ditta
e mi sono licenziata». E così ha perso l’unica
area di autonomia che aveva, povera donna! E si è trovata
a casa con una bambina che non la conosceva come madre, perché
era sempre stata allevata dalla nonna.
A quel punto aveva un sogno: farne una per sé. È
rimasta incinta, ha perso il bambino, è rimasta incinta
un’altra volta, si è messa a letto lo stesso giorno
che ne ha avuto notizia per non compromettere anche questa gravidanza
e ha passato la gravidanza a parlare con il suo bambino, che poi
è stata una bambina. Lei si è innamorata della figlia
prima ancora di vederla, e questa ragazza a diciannove anni dice:
«Io ho sempre vissuto per mia madre. Non c’è
mai stata una cosa, tranne la dieta dimagrante (perché
oggi è diventata anoressica) che io abbia fatto per me.
Io sono sempre vissuta per far felice mia madre». E la signora
è vissuta per sua figlia.
Questo non vuol dire che non volesse bene a suo marito. Sono una
coppia che tiene i corsi di preparazione al matrimonio, che si
vuole bene, che sul piano sessuale non si è mai tradita.
Ma non c’è paragone tra l’importanza che per
questa signora ha la figlia e l’importanza che per la stessa
ha il marito. Il marito è una persona di cui ha un po’
paura, una persona sì fondamentalmente buona, ma autoritaria.
Lui ribatte: «Io non capisco quello che state dicendo, perché
io sono sempre stato democratico, ho sempre portato in casa i
soldi e li ho dati a mia moglie». Io chiedo di farmi un
esempio e chiedo: «Chi fa la spesa? Chi compra gli abiti
per le figlie?”. Lui risponde: «Sempre insieme. Anch’io
vado a controllare quello che compra mia moglie». Al termine
della terapia la signora dirà: «Sa dottore, io alla
fine ho fatto una rivoluzione femminista, sono diventata una donna
autonoma!». «Bene, signora, mi racconti cosa ha fatto
». «L’altro giorno sono uscita, era di sabato,
mio marito non poteva, io ho preso la macchina e sono andata a
comprare il pane da un panettiere più lontano, e mi sono
sentita libera come un uccellino!».
In quella prima seduta è evidente che non è che
la moglie non voglia bene al marito, ma certo non gli parla di
sé. Quest'uomo non sa niente di quello che sua moglie pensa
e sente, mentre la figlia sa tutto: si parla delle sofferenze
della signora, della vita sacrificata che ha fatto e la figlia
conosce a menadito, perché per diciannove anni la mamma
non ha fatto che confidarsi con lei, mentre il marito la guarda
come guaderebbe una marziana, in quanto non ha mai minimamente
sospettato che sua moglie avesse qualcosa che la faceva soffrire.
In questo senso il rapporto tra la madre e la ragazza è
un tradimento, in quanto in questa coppia manca completamente
la comunicazione sugli aspetti affettivi della moglie. Questo
versante di scambio intimo e personale è attribuito alla
relazione con la figlia. Si può capire come ciò
costituisca un legame patologico per ha ragazza: non perché
la mamma non le permetta di avere un fidanzato o degli amici,
è una madre è del tutto normale, né autoritaria,
né permissiva, contenta che la figlia abbia dei successi,
che sia una bella ragazza, che abbia delle amicizie, non la tiene
incatenata a sé. Ma il peso dell’investimento emotivo
che questa donna ha sulla figlia impedisce alla ragazza di pensare
ad altro che non sia l’adesione a sua madre . Ci dice: «Fin
da piccola, se io prendevo un bel voto era per la mia mamma».
Non c‘è mai stato qualcosa che lei abbia fatto per
sé: non ha sviluppato la sua identità, non si è
differenziata. Senza essere in alcun modo castrata o repressa,
semplicemente non ha avuto uno spazio suo, perché il fatto
che non ci fosse una comunicazione affettiva tra la madre ed il
padre pesava su di lei e la sovraccaricava.
Si può pensare che questo
genere di meccanismo sia più frequente nelle madri, che
sia un po’ il corrispettivo di quello che dicevamo prima
a proposito del fatto che è statisticamente più
frequente che sia il marito a tradire la moglie con il lavoro.
Probabilmente in effetti c’è un numero maggiore di
coppie genitoriali in cui è la moglie che, realizzandosi
esclusivamente attraverso i figli, tende a tradire il marito con
loro: però non è sempre così. E’ possibile
che anche un padre possa sentire più affine la figlia (o
il figlio), avvertendola propria alleata in una certa area di
scontento coniugale.
Può avvenire per esempio che un uomo sospiri o inarchi
le sopracciglia sistematicamente di fronte a un certo modo di
comportarsi della moglie e in qualche maniera inviti implicitamente
la ragazza a pensare come lui: «Poveri noi, ma guarda che
la mamma ha ricominciato a fare..., a dire...,».
Questo tipo di seduzione può anche consistere in pochissime
parole, perché ci possono essere dei padri che non fanno
niente di quello che farebbe la mamma con la figlia, che non la
portano per esempio a fare lunghe passeggiate o compere nei negozi,
approfittando per parlarci fittamente, ma che con poche semplici
espressioni lentamente tessono un rapporto privilegiato con la
figlia da cui la madre si sente confusamente estromessa, e che
non è solo pregiudizievole per l’equilibrio della
coppia, ma anche per la vita della figlia (o del figlio).
Infatti se il marito tradisse, poniamo, la moglie con la segretaria,
la moglie, se lo scoprisse, potrebbe andarle a "cavare gli
occhi", mentre non può fare la stessa cosa con la
figlia: se il marito, in maniera sottile e allusiva, manifesta
una preferenza, una predilezione, un privilegio per la figlia,
si appoggia più a lei che alla moglie, la ragazza resta
ciononostante figlia anche della madre, e questa la ama ancora,
è sempre sua figlia. Per questa ragione il miscuglio di
sentimenti che questa madre ha nei confronti della figlia è
estremamente difficile da districare, tanto che a volte la gelosia
che nutre verso di lei non viene neanche "pensata".
È difficile per questa donna riconoscere di provare una
certa ostilità per la figlia a causa del privilegio che
il papà le riserva, le è difficile ammettere che
il marito gliela sta istigando contro.
Sente sì che si sta creando un muro tra loro due, una distanza,
percepisce che la figlia non è complice con lei, che non
le sta vicina, così come avverte che il marito in certe
cose la critica e che la ragazza è solidale con lui, ma
le è difficile capire che quello che si sta verificando
è un tradimento e decodificarlo come tale.
Ed è altrettanto difficile per la figlia rendersi conto
che si è creata una sorta di comunicazione privilegiata
fra lei e il papà ai danni della madre: se per di più
parliamo di persone di sesso opposto come un padre e una figlia,
questa ammissione è ancora più difficile da raggiungere
perché c’è il tabù dell’illecito,
dell’incesto.
La figlia è sì consapevole dei suoi sentimenti ostili,
di non sopportare la mamma, e magari anche del fatto che questi
suoi sentimenti si rispecchiano in quelli del padre, ma non coglie
che essi sono un'eco, una risposta alla seduzione di lui.
Quindi questo di legame è estremamente patologico proprio
per la confusione che genera.
Quest’ultimo tradimento
che ho descritto mi sembra particolarmente interessante, in quanto
ci permette di ritornare al primo in ordine di tempo, quello della
coppia che inizia il suo rapporto coniugale con l'ingombro di
un rapporto irrisolto con la famiglia d’origine: adesso
abbiamo visto come questo tradimento si prepari attraverso il
legame privilegiato nato all'interno della generazione precedente.
È come se al "triangolo perverso" (Haley, J.,
1971) costituito - poniamo - da madre e figlio contro il padre
corrispondesse un nuovo triangolo nella famiglia che il figlio
costruisce, formato da lui e la madre contro la moglie.
C’è un libro di due colleghi (Berrini e Cambiaso,
1995) che si chiama appunto Figli per sempre, che descrive come
giovani trentenni, magari anche sposati, sono rimasti figli e
rischiano di rimanerlo per sempre non riuscendo a diventare adulti
e autonomi proprio per questa seduzione che hanno ricevuto nella
famiglia d’origine.
Questo genere di rapporto in cui il figlio da una parte riceve
troppo, ma dall’altra troppo poco, perché non ottiene
mai il diritto ad individuarsi, diventando lui il consolatore
del genitore, senza poter riempire le sue valigie e andare via,
ovviamente peserà come un’ipoteca enorme sulla coppia
che questi eterni figli andranno a cercare di costituire. Molto
spesso cercano addirittura di farlo prematuramente, sbattendo
la porta e strappando un cordone ombelicale, proprio perché
sentono troppo vincolante il carico della relazione con i genitori
e quindi si proiettano in maniera precipitosa e avventata in una
relazione di coppia che non ha le basi per poter funzionare, perché
è carica di attese assolutamente irrealistiche.
Per evitare situazioni simili
occorre dunque preservare lo spazio di coppia: non bisogna dimenticare
che ci si è scelti e che sulla saldezza della coppia si
fonda la famiglia. Il sodalizio tra marito e moglie va nutrito,
magari ritagliandosi un piccolo spazio fisso per un'uscita serale
nell'affollato mosaico di impegni familiari, quasi un rito di
rifondazione e di conferma.
Per diventare una coppia, per unirsi in una carne sola, l'innamoramento
infatti non basta: l'amore va trasformato in un vincolo di attaccamento
che si costruisce con l'impegno, investendo la coppia come legame
privilegiato.
BIBLIOGRAFIA
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Angeli, Milano.
Canevaro, A. (1999) "Nec sine te nec tecum vivere possum". In: Andolfi (a cura di)
La crisi della coppia, R. Cortina, Milano.
Cirillo, S. (2005), Cattivi genitori, R. Cortina, Milano.
Cirillo, S., Berrini, R., Cambiaso
G., Mazza, R. (1996) La famiglia del tossicodipendente, R. Cortina,
Milano.
Framo, J. (1965) "Programma e tecniche della psicoterapia
familiare intensiva". Tr. it. In: Boszormenyi - Nagy, I,
e Framo J. (a cura di) Psicoterapia intensiva della famiglia,
Boringhieri, Torino, 1969.
Haley, J (1971) Il distacco dalla famiglia. Astrolabio,
Roma 1983.
>Malagoli Togliatti, M., Angrisani, P., Barone, M., (2000) La
psicoterapia con la coppia, Franco Angeli, Milano.
Neuburger, R. (1995) Le mythe familial. ESF, Parigi.
Neuburger, R. (1997) Nouveaux couples. O. Jacob, Parigi.
Seth, V. (1993) Il ragazzo giusto, tr.it. Longanesi &
C., Milano 1995.<
Yehoshua, A. (1998) Viaggio alla fine del millennio,
tr. it. Einaudi, Torino 1999.
Vinci, G. (1991) "Percorsi familiari nelle tossicomanie da
eroina. Ipotesi di ricerca". In: Ecologia della mente,
10, pp. 69-94. >scarica
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